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Suolo, una risorsa non scontata

Sono recenti le dichiarazioni congiunte dei ministri dell’Ambiente e delle Politiche Agricole Gian Luca Galletti e Maurizio Martina sulla condivisa urgenza di accelerare il percorso di legge per l’approvazione di una norma che limiti il consumo di suolo, sulla base della proposta del predecessore di Martina, Mario Catania.

 

Una necessità stimolata dalle politiche europee, che hanno fissato per il 2050 l’obiettivo del consumo zero della risorsa suolo.

 

Ed è proprio “risorsa” il termine che si deve usare quando si parla di suolo. Nello specifico, una risorsa limitata e non rinnovabile, contrariamente a quanto siamo stati abituati a pensare: non un neutrale supporto per ospitare le attività umane, ma un elemento che gioca un ruolo importantissimo negli equilibri e nella qualità degli ecosistemi in cui l’uomo, necessariamente, si trova a vivere.

 

La scarsa considerazione delle implicazioni ambientali ed economiche di un incontrollato uso del suolo ha generato un suo sovrasfruttamento che ha reso la risorsa più preziosa e sottoposta a stress considerevoli: in Italia, ogni secondo, vengono cementificati circa 8 metri quadrati di suolo (ISPRA, 2013).

 

Un ritmo insostenibile: il suolo può apparire una risorsa scontata, da utilizzare ipotizzando che non vi siano implicazioni, ma la sua finitezza è intuitiva e non ignorabile. Inoltre, un appezzamento cementificato può essere recuperato ad uso agricolo o per ospitare aree naturali solo dopo molti anni e intense attività di bonifica: da qui il suo carattere di risorsa non rinnovabile.

 

Non solo: come già accennato, sono considerevoli anche le ripercussioni ambientali di un suo sovrautilizzo. Un ettaro di suolo non urbanizzato può trattenere fino a 3.370.000 litri d’acqua e 250.000 kg di CO2 equivalente. Con il ritmo italiano di consumo del suolo (8 metri quadri al secondo corrispondono a 70 ettari al giorno e 25.000 ettari all’anno) ogni anno si presentano fino a 93,7 miliardi di litri d’acqua da gestire (con seri rischi di dissesto idrogeologico) e sono richiesti 40,6 milioni di euro per compensare le emissioni di CO2 equivalente dovute all’attività di urbanizzazione (Politecnico di Milano, 2014).

 

Infine, la cementificazione di appezzamenti riduce la superficie di terreno adibita all’agricoltura. Ogni anno, al ritmo sopracitato, vengono urbanizzati porzioni di terreno in grado di soddisfare la richiesta alimentare di 150.000 cittadini, la cui domanda di cibo dovrà inevitabilmente trovare risposta attraverso l’importazione di alimenti dall’estero.

 

I problemi che si pongono sono dunque ambientali, sociali ed economici: il problema del consumo della risorsa suolo tocca, quindi, tutte le aree che costruiscono il concetto di “sostenibilità”.

 

Stanti queste problematiche, la proposta di legge Catania si fonda su 3 perni per superarle:

1)     Stabilire a livello nazionale l’estensione massima di superficie agricola cementificabile;

2)     Divieto di mutare la destinazione d’uso di quei terreni agricoli che hanno ricevuto aiuti di Stato o aiuti comunitari per almeno cinque anni dall’ultimo finanziamento;

3)     Abrogazione della norma che permette ai comuni di fiscalizzare gli oneri di urbanizzazione, per disincentivarli ad aumentare la capacità edificatoria sui loro territori al fine di ottenere fondi con cui affrontare le spese ordinarie.

 

Una proposta di legge che va nella direzione indicata dalla politica europea, e che è importante approvare celermente, perché gli impatti ambientali dovuti al cattivo utilizzo del suolo sono già evidenti. E poi perché considerare il suolo una risorsa da tutelare richiede un forte lavoro non solo scientifico e legislativo, ma anche culturale, che non bisogna tardare ad avviare se si vogliono rispettare gli impegni presi in sede europea.

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