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Fame nel mondo, una sfida per la sostenibilità

805 milioni di persone, nel mondo, soffrono la fame, o sono nutrite inadeguatamente.

 

Una folla di volti, carni, battiti e respiri che è difficile anche solo immaginare, una moltitudine costretta a condizioni di vita terrificanti.

 

Questa cifra è stata divulgata dal Rapporto Sofi 2014, diffuso da Fao, Ifad (Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo) e Wfp (Programma Alimentare Mondiale) lo scorso 16 settembre, ed è riferita al biennio 2012-2014. Se di fronte ad un tale ordine di grandezza non vi è spazio per nessun sentimento diverso dalla preoccupazione e dall’indignazione, l’interpretazione di questo dato alla luce della serie storica di cui costituisce l’ultimo elemento restituisce una prospettiva diversa: nel biennio 1990-1992 le persone che soffrivano per la scarsità di cibo raggiungevano quota 1 miliardo. Quindi, gli sforzi intrapresi negli ultimi 12-14 anni hanno permesso di emancipare da una condizione di terribile indigenza circa 200 milioni di persone (e anzi di più, se si considera la forte crescita demografica mondiale degli ultimi anni).

 

Il risultato globale non è omogeneo da paese a paese: ci sono aree del mondo dove i risultati sono stati maggiormente significativi (in particolare l’America Latina, grazie all’impetuoso sviluppo economico conosciuto da questa regione), altre in cui, nonostante gli sforzi abbiano avuto come esito la soddisfazione del bisogno primario di milioni di cittadini, la quota di affamati rimane elevatissima (è il caso dell’Asia, che pur diminuendo di 200 milioni le persone a cui non riesce a fornire regolarmente un pasto, rimane con più di 500 milioni di persone da sfamare), e altre ancora dove non sono stati registrati miglioramenti (nell’Africa subsahariana aumenta la quota di affamati, da 180 a quasi 230 milioni).

 

Le ragioni di queste differenze sono molteplici, ma possono essere riassunte in due categorie, tra loro strettamente connesse: la presenza di fattori di instabilità (come crisi politiche, guerre civili, o epidemie sanitarie) e l’attuazione di politiche strutturali ed organiche per affrontare il problema. In questo senso, gli esempi più virtuosi provengono da Indonesia, Madagascar, Bolivia, Yemen, Malawi e soprattutto Brasile, dove interventi volti a ridurre le diseguaglianze sociali nelle aree socialmente più emarginate del paese e delle città hanno permesso al gigante sudamericano di dimezzare il numero di brasiliani che soffrono per la fame.

 

Sono due, quindi, i fattori indispensabili perché un paese possa affrontare il problema alimentare: un approccio sociale al problema, e non esclusivamente tecnico, in cui gli interventi siano inclusi all’interno di un solido perimetro politico-istituzionale, e, derivante dal primo fattore, il ricorso agli strumenti che la ricerca mette a disposizione per aumentare la produttività agricola. Perché se è vero che la fame nel mondo è causata da uno squilibrio della distribuzione delle risorse (i dati sugli sprechi alimentari non lasciano spazio ad interpretazioni) ed è sempre legata al fenomeno della povertà (e quindi ad una iniqua o assente perequazione sociale), è anche vero che le tecniche agricole usate nei paesi del terzo mondo risultano spesso antiquate ed inadeguate.

 

Per questo è drammaticamente necessario che i singoli paesi sostengano le politiche delle istituzioni sovranazionali volte a diffondere anche nei paesi del sud del mondo pratiche non solo di comprovata efficacia, ma anche sostenibili; perché l’obiettivo di sconfiggere la fame, infatti, non può che essere raggiunto ponendo le condizioni affinché questo risultato possa essere duraturo, e perché il problema, nella sua complessità, è sia economico, che sociale, che ambientale (si ritrovano, quindi, i tre volti della sostenibilità).

 

La diffusione dell’uso dei fertilizzanti (ancora poco usati in Africa), la razionalizzazione delle irrigazioni, la rotazione delle colture, l’efficientamento della logistica per ridurre le perdite lungo la filiera, sono interventi che migliorano l’efficienza produttiva dei terreni e di conseguenza degli allevamenti, conferendo una prospettiva di sostenibilità al settore agroalimentare. Nel contesto dell’applicazione dei risultati della ricerca tecnico-scientifica, non si può non citare il caso degli Ogm, ancora demonizzati da larga parte dell’opinione pubblica italiana ed europea, ma che, se correttamente applicati, potrebbero dare un apporto fondamentale (si pensi ad un vegetale che ha minor bisogno di acqua o di nutrienti, o è più resistente ai parassiti) nella guerra contro la fame.

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