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Unexpected Asked Questions

Area riservata ad alcuni argomenti che fanno saldamente parte del dibattito scientifico sulla sostenibilità
Domande cui cerchiamo di dare una risposta in maniera non convenzionale, analizzando e approfondendo gli aspetti meno conosciuti dall’opinione pubblica, secondo il principio per cui “non è tutta natura ciò che è verde”.

 

Shale Gas=Sostenibilità?

I

Lo shale gas è il gas naturale (prevalentemente metano) contenuto in rocce scistose ed argillose, la cui estrazione (e conseguente utilizzo a fini energetici) è divenuta, negli ultimi anni, di fortissimo interesse. Questo perché la tecnologia di estrazione ha conosciuto notevoli progressi, rendendo economicamente interessante lo sfruttamento di questa fonte energetica.

 

Essendo un gas naturale, lo shale gas è del tutto simile al combustibile in forma gassosa che viene convenzionalmente usato da decenni, ma ha la particolarità di essere situato in giacimenti fino a poco tempo fa ritenuti non sfruttabili. Oggi, la tecnologia di estrazione denominata “fracking” ha reso accessibili queste risorse; essa consiste nello sparare una miscela di acqua e agenti chimici nel giacimento, per frantumare le rocce e rendere estraibile il gas.

 

La disponibilità di questa fonte di approvvigionamento ha profondamente mutato gli scenari energetici mondiali: per gli Stati Uniti, massimi produttori mondiali, lo shale gas corrisponde a oltre il 40% della produzione di gas naturale, permettendo agli States di godere di una maggior indipendenza energetica, con ripercussioni globali sul mercato dell’energia. Una nuova riserva di fonti energetiche, infatti, consente di abbattere il prezzo della risorsa a livello planetario (se la domanda rimane invariata e l’offerta aumenta, il prezzo diminuisce), generando benefici ai consumatori e scardinando situazioni di oligopolio che hanno ripercussioni negative sia a livello economico che sociale (basti pensare alla crisi russo-ucraina).
La strada verso l’utilizzo di una nuova fonte di energia portatrice di benefici è dunque scevra da ostacoli e problemi? Naturalmente no.

 

Shale

 

In primis, questa risorsa è ampiamente sfruttata negli USA, ma sta trovando difficoltà di reperimento in Europa, complici una maggior densità abitativa e un superiore principio di precauzione. Sì, perché l’estrazione di shale gas non è esente da impatti ambientali: alterazione del paesaggio e incremento del rischio sismico sono aspetti che devono essere valutati e gestiti con attenzione. A riguardo, la Commissione Europea ha divulgato una raccomandazione (IP/14/55 del 2014) affinché l’estrazione di questa risorsa (che, si quantifica, potrebbe ridurre la dipendenza energetica europea del 20%) avvenga nel rispetto dell’ambiente.

 

Esistono timori anche per quanto concerne l’inquinamento delle falde e la dispersione di metano (potente gas serra) in atmosfera: per il primo caso, è importante ricordare che i giacimenti di shale gas si trovano al di sotto delle falde a cui attingono gli uomini (quindi non esistono problemi di inquinamento dai livelli superiori), mentre per il secondo esistono studi che dimostrano l’equiparabilità delle perdite dovute all’estrazione di shale gas e quelle da fonti tradizionali.
Il vero punto determinante è la constatazione che, ancora una volta, l’impegno per la ricerca di nuove fonti energetiche è rivolto al mondo dei combustibili fossili (per quanto puliti, come nel caso del gas naturale), grazie a tecnologie che rendono disponibili nuovi giacimenti e una situazione economica globale che fa divenire economicamente conveniente ciò che in passato non lo era. Tutto questo rallenta lo sviluppo delle energie rinnovabili, che rappresentano il vero scenario futuro, per la loro sostenibilità e il loro basso impatto ambientale.

 

Quote latte e sostenibilità: il fallimento di un modello di sviluppo?

I

l dibattito sulle quote latte rientra a pieno titolo nella discussione sulla sostenibilità: certamente non quella ambientale, ma, come sappiamo, il concetto di sostenibilità si sviluppa lungo diversi ambiti. In riferimento allo strumento che ha regolato il mercato europeo del latte a partire dal 1984, si parla, in particolare, di sostenibilità economica. Il tema, specie in Italia, è sempre stato di forte (conflitt)attualità, per i limiti imposti ai produttori e le sanzioni conseguenti al loro mancato rispetto, tanto più ora che si fa prossima la data della cancellazione (aprile 2015) delle quote.

 

L’abolizione di questo strumento necessita di essere valutata oggettivamente, dal momento che le reazioni suscitate dall’avvicinamento della sua definitiva soppressione (ampiamente programmata) sono state contrastanti.

 

Punto di partenza obbligato della riflessione è ricordare la finalità delle quote: introdotte nel 1984 come parte della Politica Agricola Comune (PAC), avevano l’obiettivo di contenere l’eccesso di produzione (e quindi di offerta) di prodotti caseari rispetto alla domanda, per scongiurare un crollo dei prezzi che avrebbe messo in ginocchio i produttori (specialmente quelli più piccoli, che sarebbero stati risucchiati in una drammatica corsa al ribasso dei prezzi). Ad ogni paese europeo furono, quindi, assegnate delle quote da distribuire tra gli allevatori sulla base dei censimenti dell’anno 1981. Le quote sono state poi annualmente attribuite gratuitamente (con un ritocco al rialzo nel 2008), con la possibilità, per gli allevatori, di comprare o affittare da altri produttori quote in sovrannumero, e pagando in proporzione all’eventuale eccedenza prodotta (un contributo impropriamente chiamato “multa”, ma la cui corretta denominazione è “prelievo supplementare”).

 

La ragione per cui questo meccanismo, in Italia, ha prodotto numerose polemiche risiede nel fatto che la quantità di quote assegnata al nostro Paese fu sottostimata rispetto al fabbisogno nazionale: al momento della loro definizione, l’offerta di latte italiano copriva meno del 60% della domanda nazionale. Una sottovalutazione dovuta anche al fatto che una buona parte del latte prodotto da alcuni allevatori (specie i più piccoli) era destinata al mercato nero: tale produzione, ovviamente, sfuggiva a qualsiasi azione di censimento.
Questo pesante condizionamento nel contesto di partenza ha generato la situazione per cui buona parte della domanda nazionale di latte dovesse essere soddisfatta attraverso le importazioni, con conseguente e ulteriore innalzamento del prezzo del bene. Questa condizione ha creato i prodromi per un fenomeno salito frequentemente sulle cronache nazionali: la deliberata scelta di alcuni allevatori di sforare la produzione rispetto alle quote assegnate e il rifiuto degli stessi di pagare le eccedenze. Questo comportamento ha causato “multe” per oltre 4 miliardi di euro, che lo Stato italiano ha, per buona parte (1,87 miliardi), corrisposto con i soldi dei contribuenti, invece di riscuotere il dovuto tra gli allevatori rei degli sforamenti.

 

latte

 

Con la caduta del regime delle quote, sostituite dal cosiddetto “Pacchetto latte”, verranno a crearsi le condizioni per una maggiore liberalizzazione del settore, con consequenziale abbassamento dei prezzi (si può legittimamente parlare, in questo caso, di sostenibilità sociale), la possibilità di soddisfare autonomamente la domanda di latte italiano e l’opportunità di lanciare le esportazioni verso i paesi emergenti che, per le loro condizioni demografiche, conoscono un crescente consumo di latte. I timori dei produttori (specialmente quelli piccoli), preoccupati che un innalzamento delle quantità prodotte comporti un insostenibile crollo dei prezzi, trovano rassicurazioni nel Pacchetto latte, che regolerà le relazioni contrattuali tra produttori e trasformatori e tutela le produzioni di alta qualità (per es. i formaggi Dop e Igp).

 

La soppressione delle quote latte non va frettolosamente valutata come una prova del loro fallimento, opinione veicolata soprattutto dagli allevatori più insofferenti al rispetto delle regole comunitarie: introdotte in un momento storico in cui la PAC necessitava di gestire la crescita del settore agricolo europeo degli anni precedenti, hanno assolto al loro compito di correzione della potenziale miopia del mercato; quest’ultimo, se lasciato totalmente in mano alla concorrenza, avrebbe sì determinato prezzi più bassi, ma correndo il serio rischio di far crollare il settore, con molti produttori che non sarebbero stati in grado di sostenere il crollo di prezzi e ricavi.

 

Ora che il mercato ha raggiunto una sua solidità, ed è inserito in un contesto globale di generale aumento della domanda, questo strumento può lasciare il posto a nuovi strumenti regolatori (si noti, appunto, che un certo livello di controllo e gestione rimane indispensabile). Tutto questo senza dimenticare che l’atteggiamento delle istituzioni italiane è stato del tutto irresponsabile, su questo tema: una oggettiva situazione di difficoltà non può essere affrontata incentivando l’inosservanza delle leggi comunitarie. Una posizione che non ha certo contribuito a conferire credibilità e autorevolezza alla politica italiana sul tavolo della determinazione dei regolamenti europei.

Basta inceneritori in Europa: un sistema da sempre inefficiente?

C

on una risoluzione datata aprile 2012, il Parlamento Europeo ha approvato un rapporto sulle linee guida del futuro programma ambientale dell’Unione che, tra le altre cose, prevede il divieto di incenerire i rifiuti destinabili alla raccolta differenziata e ai trattamenti biologici. La decisione ha risollevato, soprattutto in Italia, un dibattito annoso e mai esauritosi in conclusioni condivise.

 

Per poter inquadrare correttamente la questione, bisogna volgere lo sguardo al contesto europeo: nel Vecchio Continente si trovano più di 350 inceneritori, che smaltiscono circa il 5,4% dei rifiuti trattati nei paesi dell’UE (circa 2.366 miliardi di tonnellate, considerata anche la quantità di rifiuti importata). Una percentuale, si vede, piuttosto modesta.

 

UAQ termovalorizzatori

Vi sono però delle differenze: in paesi come Svezia e Danimarca (e Norvegia, che non fa parte dell’UE) all’incenerimento viene indirizzata la metà della produzione di rifiuti, in Germania e Olanda la quota è superiore al 30%, in Svizzera rappresenta la principale procedura per lo smaltimento mentre è la Francia il Paese con il maggior numero di inceneritori (oltre 100). L’Italia si attesta su una quota pari al 17% dei rifiuti totali inviata agli inceneritori, di cui conta 55 unità.

 

Le criticità legate a questo sistema di smaltimento sono raggruppabili in due voci.

 

La prima è rappresentata dai timori per i rischi sanitari associati alle emissioni dell’incenerimento, che sono quelle proprie di un processo di combustione (gas serra, particolato, prodotti da combustione incompleta) con l’aggiunta dei composti che si generano a causa dell’estrema varietà del combustibile “rifiuto”: oltre ai composti azotati (ossidi di azoto e ammoniaca) e ai solfati (in particolare l’anidride solforosa), troviamo metalli come mercurio e cadmio, emissioni di acido cloridrico e diossine (probabilmente l’inquinante che particolarizza più di tutti le emissioni dell’incenerimento dei rifiuti, dovuto alla presenza di cloro e metalli come il rame).

 

Per interpretare la posizione contraria alla realizzazione di inceneritori è stato importato dall’America un efficace acronimo: NIMBY, “Not In My Back Yard” (“non nel mio cortile”), che descrive la generica e pregiudiziale avversione nei confronti di un’attività che genera impatti nelle vicinanze della propria residenza. Per questo, gli inceneritori sono spesso stati demonizzati come portatori di rischio per il territorio che li ospitava. L’obiezione a questa posizione è presto reperibile allungando la vista sul panorama europeo: in grandi città come Vienna, Amsterdam, Londra, Copenaghen, Parigi e Barcellona gli inceneritori si trovano anche in prossimità di aree residenziali. Questa situazione non dipende da differenti tecnologie di combustione (anche se diversi inceneritori italiani non sono stati ammodernati nel corso degli anni), ma di una maggiore maturità nella gestione del rischio e degli impatti (che, è bene ricordarlo, sono sempre presenti in qualsiasi attività umana).

 

La seconda problematica è quella degli incentivi riconosciuti a questa attività quando è congiunta alla produzione di energia (elettrica e/o termica, sfruttando il calore dei fumi di combustione), stabiliti dalla delibera interministeriale nota come “Cip6” (1992). Con tale norma, l’Italia è divenuta il solo paese europeo a riconoscere finanziamenti all’energia prodotta dalla combustione di rifiuto, assimilandola alle fonti rinnovabili.

 

Un’anomalia tutta italiana, grave soprattutto in considerazione della legislazione europea sui rifiuti (incardinata dal Decreto Legislativo 152 del 2006), che è tradizionalmente illustrata a mo’ di piramide, in cui in cima troviamo la minimizzazione del quantitativo di rifiuti prodotto, e poi, proseguendo verso la base, in ordine gerarchico decrescente si trovano il riutilizzo, il recupero di materia (riciclaggio), il recupero di energia (incenerimento) e, alla base, lo smaltimento in discarica.

 

Quindi, come accogliere la direttiva europea? Come una bocciatura all’intero sistema di incenerimento?

 

No di certo, anzi, si tratta di un provvedimento preso in piena coerenza con lo spirito della normativa europea dei rifiuti, che prevedeva un percorso di avvicinamento degli standard dei paesi europei alle modalità poste in cima alla piramide dei rifiuti. L’obiettivo primario è la riduzione del ricorso al confinamento in discarica, per poi proseguire verso i livelli più alti della piramide. Ecco lo spirito della legislazione europea, che imposta un percorso di miglioramento continuo fino a raggiungere i livelli di massima efficienza.

 

Ci sono paesi che hanno intrapreso un cammino serio e di prospettiva, equilibrando le modalità di smaltimento nella direzione della “punta” della piramide. E’ il caso dei paesi scandinavi, che sono giunti al punto di importare rifiuti da altri paesi (in particolare, Italia, Bulgaria e Romania), facendosi pagare per incenerire rifiuti altrui. Una situazione che può apparire bizzarra, e in effetti lo è (per gli esportatori è anzi imbarazzante), ma che trova una semplice spiegazione: paesi come Norvegia e Svezia non producono più rifiuti a sufficienza per alimentare i loro inceneritori che, attraverso la cogestione, riscaldano le case della metà dei cittadini di Oslo e del 20% dei cittadini svedesi. La “penuria” di rifiuto da incenerire la dice lunga sull’efficacia della politica dei rifiuti attutata: è la miglior prova dell’impegno nella direzione del riciclo, del riutilizzo e della minimizzazione. E gli impianti di incenerimento possono essere ancora funzionanti solo per la presenza di paesi come l’Italia che ancora oggi conferisce il 49% della sua immondizia in discarica, accettando l’assurdità di dover pagare altri paesi per smaltire rifiuti con tecnologie che, da noi, incontrano paure e diffidenze.

 

Energie rinnovabili: sostenibilità insostenibile?

L

’Italia è tra i Paesi europei che producono più energia da fonti rinnovabili: oltre allo storico ricorso all’energia idroelettrica, per cui siamo tra i leader mondiali grazie alla particolare morfologia del nostro territorio, negli ultimi anni si è assistito ad un crescente aumento dell’energia prodotta sfruttando l’energia solare attraverso i pannelli fotovoltaici, tanto da raggiungere, a inizio 2014, la cifra di oltre 18.000 Megawatt prodotti: una quota considerevole, tenuto conto che, quando fu lanciato il piano energetico che includeva l’uso di questa fonte, la potenza installata attesa si quantificava nell’installazione di 3.000 Megawatt entro il 2016.

UAQ-EnergieRinnovabili

Il risultato è particolarmente positivo se si vanno a guardare anche i benefici indotti: il settore ha un elevatissimo contenuto tecnologico, e ciò stimola la ricerca, i cui risultati sono decisivi per il continuo miglioramento delle tecniche di acquisizione dell’energia. In questo campo, l’Italia può vantare delle eccellenze, esportate nel mondo: è italiana parte della tecnologia sfruttata nel più grande impianto fotovoltaico cinese e nella centrale solare più grande del mondo che si sta realizzando negli USA.

 

Ma come non è tutto oro quel che luccica, non tutto ciò che è verde è sostenibile. A fronte di innegabili risultati positivi, il prezzo sostenuto per raggiungerli non è meno consistente, e grava in modo iniquo sui contribuenti.

 

Ecco perché.
Il finanziamento volto alla diffusione delle fonti alternative avviene mediante il meccanismo (adottato a partire dal 2005) del conto energia, che riconosce una remunerazione relativa ad ogni kWh prodotto dall’impianto fotovoltaico (si noti che è un incentivo sulla produzione, e non sull’installazione, sulla scorta del modello usato in Germania). Tale remunerazione è prevista per una durata di 20 anni dall’installazione, e questo garantisce un tempo di ritorno dell’investimento (nelle regioni del nord, le più sfavorite dal punto di vista dell’insolazione, e per questo prese come riferimento) di 11 anni: dal 12° anno in avanti si otterranno quindi guadagni, dal conto energia e dal risparmio sul rifornimento da altre fonti di energia. Inoltre, è prevista la possibilità, per chi compie l’installazione, di immettere l’energia prodotta e non sfruttata nella rete nazionale, a prezzo di mercato.
Ma da dove vengono attinte le risorse necessarie per sostenere un sistema simile? Dalla bolletta elettrica pagata da tutti i cittadini, che si costituisce di diversi componenti: le tasse, i trasporti e la distribuzione, l’elettricità effettivamente consumata e gli oneri di sistema. In questi ultimi, pari circa al 20% dell’intera bolletta, rientrano molte voci, tra cui la più significativa si chiama “Promozione della produzione di energia da fonti rinnovabili e assimilate”. Questo capitolo ha ricevuto, nel 2013, fondi per quasi 10 miliardi di euro, 6,7 dei quali riferibili al solare elettrico.
Una cifra notevole, tanto più se si considera il fatto che, a partire dal 2005, il conto energia è stato rinnovato 5 volte, e il livello di adeguamento del finanziamento alla tecnologia raggiunta è stato introdotto tardivamente, e in misura insufficiente. Col progredire della tecnologia, infatti, i costi di installazione e produzione dell’energia si abbassano; alla diminuzione dei costi, sarebbe dovuto corrispondere un abbassamento dei contributi forniti agli installatori. Una buona pratica seguita in Germania, ma disattesa in Italia, con la conseguenza di caricare sulle spalle dei contribuenti il sovrafinanziamento.
Se è vero che gli oneri relativi al fotovoltaico non sono gli unici per i quali vi siano dubbi di legittimità (e, tra questi, non sono certo tra i più indecorosi: si pensi al caso del Cip6, con i discutibili incentivi concessi alla termovalorizzazione dei rifiuti nell’ambito della definizione dei prezzi dell’energia proveniente da fonti rinnovabili), ed è possibile intervenire a parità di incentivi per distribuire più equamente questo onere (facendolo pagare di più alle attività maggiormente energivore, e meno ai cittadini), resta la necessità di prevedere un meccanismo di progressiva decrescita di questa forma di incentivi.

Aree verdi in città: una scelta davvero sostenibile?

D a anni, ormai, la crescita dei centri urbani è integrata dai principi di sostenibilità e vivibilità delle aree urbane. Lo sviluppo delle città secondo il modello dello sprawl – senza ordine e lasciando totale libertà di costruzione di nuovi edifici – ha lasciato il posto a modelli di espansione che regolano attentamente l’allargamento degli insediamenti.
In particolare, viene posta attenzione alla varietà di destinazioni d’uso, per far sì di raggiungere il giusto equilibrio tra edifici con finalità residenziale, quelli che ospitano servizi ed attività commerciali ed aree verdi pubbliche. Una sensibilità volta a rendere le città più sostenibili e più vivibili, con più parchi e servizi.

UAQ-CittaVerdi

Ma la tutela dell’ambiente è un’attività molto complessa, e spesso le azioni che tentano di promuoverla possono determinare effetti inaspettati.
Limitare le aree con destinazione d’uso residenziale significa abbassare il numero di edifici abitabili. Il bene “casa” non sfugge alle regole del mercato: se ne diminuisce la disponibilità, assisteremo ad un aumento del suo prezzo. L’innalzamento dei costi delle case avviene in particolare nelle aree più vicine al centro, dove si trovano la maggior parte dei servizi, degli esercizi commerciali e delle aree pubbliche. Di fronte a questa tendenza, la maggioranza dei cittadini si trasferirà nelle zone periferiche, dove le abitazioni costano meno.
Gli abitanti delle aree periferiche determinano, notoriamente, maggiori impatti ambientali: gli spostamenti nelle città si sviluppano sempre dalla periferia verso il centro, dove si concentrano servizi e aree di interesse. I trasporti necessari per raggiungere queste aree richiedono fonti energetiche e producono emissioni di inquinanti.
Come si vede, l’abbassamento del numero di case per lasciare spazi al verde pubblico produce effetti indesiderati sull’ambiente.
Naturalmente, quello presentato è solo uno dei punti di vista adottabili. L’alternativa consistente in aree urbane ad alta densità abitativa permette di risolvere il problema dello spostamento dei cittadini dalle periferie verso il centro, ma al prezzo di restringere il ventaglio di attività praticabili nel centro città.

 

In questo contesto, c’è chi avanza l’ipotesi di un ritorno allo sprawl: bassa densità abitativa, predilezione per l’utilizzo dell’auto sul trasporto pubblico, arterie stradali ampie che conoscono bassi livelli di traffico (a cui è legato una buona parte dell’inquinamento urbano). Il prezzo da pagare per questo modello è, naturalmente, un elevato consumo del suolo.
Come si è cercato di mostrare, non esistono soluzioni univoche e risolutive di tutti i problemi. Il raggiungimento della sostenibilità è un percorso fatto di scelte, e preferirne una ad un’altra significa raggiungere obiettivi, ma anche lasciare scoperti alcuni problemi, come avviene ogni qual volta vengano definite delle priorità.

Biocombustibili: la sostenibilità ambientale combacia
con quella sociale?

La ricerca di fonti di energia rinnovabile ha implicazioni in molteplici campi, da quello ambientale, a quello economico, fino a quello sociale.
Un caso molto discusso è quello dei biocarburanti (bioetanolo e biodiesel) ottenuti da specifiche coltivazioni agricole.
L’idea di sfruttare colture realizzate appositamente per ottenere materia prima combustibile poggia su due assunti: il primo, che questa fonte di energia sarebbe, di fatto, rinnovabile, e quindi illimitata; il secondo, che il suo impatto ambientale è pressoché nullo, poiché nella fase di combustione viene emessa una quantità di CO2 pari a quella immagazzinata dalle biomasse durante la loro crescita: il bilancio emissivo è quindi in pareggio. Le specie vegetali maggiormente usate a questo scopo sono i cereali (in particolare il mais) e la canna da zucchero.

UAQ-Biocombustibili

Ma destinare parte dei terreni coltivabili alla crescita di piantagioni da sfruttare nel settore energetico significa sottrarli alla produzione di generi alimentari. La minore disponibilità di questi ultimi espone maggiormente ai rischi legati alla variabilità dei raccolti e, in generale, ne fa aumentare il costo (se diminuisce la disponibilità di un bene, ne aumenta il prezzo). Si ottengono dunque vantaggi in campo ambientale, ma si ereditano problemi sociali ed economici.

 

Questa criticità è particolarmente evidente negli USA, primi produttori di cereali al mondo, che allocano il 40% del mais raccolto nei loro campi alla produzione di etanolo. Gli USA sono, per i cereali, l’equivalente dell’Arabia Saudita per il petrolio, per offrire un termine di paragone immediato. Le scelte degli USA hanno effetti sui prezzi dei beni alimentari, con conseguenze che si ripercuotono sulle condizioni di vita di milioni di cittadini del mondo.

 

La fragilità di questo assetto è evidente quando è sottoposto agli stress che, paradossalmente, si impegna a contenere.

 

Nel biennio 2007-2008 si è assistito a quella che è stata definita, senza eccesso di enfasi, una vera e propria crisi alimentare: a causa dell’innalzamento dei prezzi del petrolio (materia prima fondamentale per i fabbisogni energetici del settore agricolo, dall’irrigazione al trasporto) i costi legati alle coltivazioni si sono impennati, riflettendosi sul prezzo dei beni alimentari, aumentato anche di più del 100%. Situazione che ha gettato più di 100 milioni di persone, dall’Egitto a Thaiti, dal Camerun allo Yemen, nella condizione di non poter acquistare, con il proprio modesto reddito, il bene primario per eccellenza.

 

Nel biennio 2010-2011 un altro shock alimentare, questa volta causato dall’innalzamento delle temperature, ha comportato scarsi raccolti, insufficienti a soddisfare la domanda. L’impennata dei prezzi ha fatto scoppiare rivolte in molti Paesi, Algeria e Tunisia tra i primi, eventi che sono stati i prodromi della Primavera Araba.

 

La minor quantità di cibo a disposizione per il consumo alimentare ha contribuito all’incapacità di affrontare queste crisi: le conseguenze di una scelta che si mostrava sostenibile ed efficiente sono state, come si è visto, letteralmente drammatiche. Tanto che la FAO, nel 2012, ha chiesto la sospensione temporanea della produzione di etanolo per poter dare una risposta al problema del mancato accesso al cibo di alcuni paesi del terzo mondo. Soluzione di ardua realizzazione, vista l’ampia schiera di lobby che hanno proliferato intorno ad un carburante sostenibile solo nelle intenzioni; non è un caso, per esempio, che nel dicembre del 2013 la proposta di limitazione dell’uso di biocarburanti sia stata bocciata dal Consiglio dei ministri dell’Unione Europea.

Surriscaldamento globale: responsabilità dell’uomo?

C he il surriscaldamento globale abbia cause antropiche è la tesi sostenuta delle Accademie delle Scienze di 19 Paesi e di numerose Organizzazioni scientifiche che studiano il clima.
Tuttavia, il negazionismo sul ruolo attivo dell’uomo nel causare il fenomeno è piuttosto diffuso, e poggia su posizioni di presunta validità.
Una delle argomentazioni negazioniste più diffuse è quella inerente al maggior contributo fornito dalle attività naturali riguardo l’immissione di CO2 in atmosfera (responsabili dell’innalzamento delle temperature). È vero che la natura immette enormi quantità di anidride carbonica; ma esse sono bilanciate dall’assorbimento naturale (oceani e vegetazione). Lo sconvolgimento delle emissioni da parte dell’uomo a partire dalla rivoluzione industriale ha dato luogo a concentrazioni di CO2 mai viste negli ultimi 800.000 anni. Le emissioni dovute alle attività dell’uomo generano emissioni in atmosfera pari a 26 Gt (miliardi di tonnellate) di CO2 all’anno e il corrispondente aumento di concentrazione della CO2 in atmosfera equivale a 15 Gt per anno (grazie all’effetto dei fenomeni di assorbimento naturale della CO2).
Il contributo umano è quindi assolutamente rilevante, come mostra anche il famoso grafico a “mazza da hockey”:

UAQ-SurriscaldamentoGlobale

Concentrazioni di CO2 in parti per milione negli ultimi 10.000 anni.
La linea blu si riferisce alle misure ottenute dalle carote di ghiaccio estratte a Taylor Dome, Antartide. La linea verde si riferisce alle carote estratte a Law Dome, Antartide. La linea finale in rosso corrisponde alle misure dirette di Mauna Loa, Hawaii(fonti: National Oceanic & Atmospheric Administration e Carbon Dioxide Information Analysis Center).

Le concentrazioni di CO2 sono aumentate da circa 280 ppm del periodo preindustriale ai 401 ppm del giugno 2014 (National Oceanic & Atmospheric Administration, 2014).
Le cause dell’emissione di CO2 in atmosfera da parte dell’uomo sono da cercare nelle attività che prevedono la produzione di energia secondo processi di combustione, come sono quelli necessari per la trazione dei mezzi di trasporto, la produzione di energia elettrica e per il riscaldamento. Contributi rilevanti provengono anche dalla deforestazione (abbatte il numero di alberi in grado di “sequestrare” l’anidride carbonica attraverso la fotosintesi clorofilliana) e dall’allevamento dei bovini.

 

Un’altra tesi negazionista ridimensiona il contributo della CO2 all’incremento dell’effetto serra, minimizzandone il forcing radiativo (il contributo all’alterazione degli scambi di energia tra Terra ed atmosfera).

 

La figura sottostante, risultato dal quarto rapporto  dell’Intenational Panel of Climate Change (“Working Group I Report – The Physical Science Basis”, 2007), permette di fare chiarezza: il forcing radiativo della CO2 tra il 1750 e il 2005 è +1.66 Wm-2, e sta aumentando al ritmo più alto mai registrato dall’epoca preindustriale:

UAQ-SurriscaldamentoGlobale-02

Media globale dei forcings radiativi: forcings radiativi antropogenici e forcing radiativo naturale solare.

In conclusione, la rilevanza del contributo della CO2 (e degli altri gas serra) all’alterazione del clima terrestre è scientificamente comprovata, e non teme smentita, se non da ambienti che si pongono in contrasto con la metodologia di ricerca più consolidata e accettata. È parimenti scevra da dubbi l’importanza che le attività antropiche hanno nel concorrere all’aumento della concentrazione di gas serra in atmosfera.
Considerata la pericolosità di un aumento non naturale delle temperature globali, le posizioni di negazionisti in cerca di visibilità devono essere ignorate come meritano, senza sottrarre sforzi ed attenzione per la divulgazione dei contenuti scientifici validati e agli impegni per la mitigazione.

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I numeri dello spreco alimentare: verità o bufala?

C hiunque di noi ha familiarità con il termine “guerra”, per quanto, nella maggior parte dei casi, fortunatamente indiretta. Con “guerra” si intende il confronto armato tra due fazioni, che lottano per la supremazia sull’avversario. Questa parola, per la sua forza evocatrice, ha visto il suo uso, in senso figurato, estendersi anche a campi lontani da quello in cui è originariamente nato. E’ il caso, per esempio, delle “guerre di numeri” che coinvolgono ambiti, come quello scientifico, tradizionalmente considerati i depositari per eccellenza dell’oggettività.
Si inseriscono, in questa prospettiva, le cifre sullo spreco alimentare, una delle aree di dibattito più calde degli ultimi anni, per la sua pervasività su alcune delle abitudini più radicate della vita quotidiana.
Da qualche anno, circolano numeri sorprendenti su questo fenomeno, che stupisce per le sue dimensioni e per le cause: secondo uno studio pubblicato dalla Commissione Europea (“Preparatory study on food waste across EU 27 – Technical report”, 2010) i cittadini europei sprecano in media 76 kg di cibo pro capite all’anno (in pratica, il loro equivalente in peso) nella sola fase di consumo. Il dato complessivo europeo, sempre relativo al consumo, è di 37,7 milioni di tonnellate sprecate all’anno, mentre quello italiano è pari a 46 kg pro capite annui (2,7 milioni di tonnellate totali all’anno). Sempre per l’Italia, queste perdite equivalgono ad un valore economico di 18,5 miliardi di euro.
Queste cifre, diffuse anche da Last Minute Market, Società spin-off dell’Università di Bologna che dal 2003 sviluppa progetti sul territorio nazionale volti al recupero dei beni invenduti a favore di enti caritativi, hanno fatto avanzare la proposta di considerare il 2015 come “Anno europeo dello spreco”.
Spesso accade, però, che una notizia che pone sotto una nuova luce stili di vita diffusi e consolidati, evidenziandone una insospettabile dannosità, venga contraddetta da studi e analisi che tentano di ridimensionarla.

UAQ-SprecoAlimentare

Le smentite arrivano da più fronti: uno di questi è l’indagine pubblicata con il nome “Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità”, condotta nel 2013 dalla Fondazione Sussidiarietà insieme al Politecnico di Milano, con il contributo del Gruppo Nestlé. Da questo studio emerge una stima dello spreco domestico italiano quantificato intorno all’8% della spesa totale, per un valore di circa 7 miliardi di euro l’anno. In termini di quantità, lo spreco nella fase di consumo si quantifica in 2,5 milioni di tonnellate annue, pari a circa 40 kg per ogni italiano. Questo è il dato che più si avvicina a quello diffuso dopo lo studio europeo del 2010; tuttavia, altri enti di ricerca hanno successivamente divulgato numeri ben diversi.
Secondo uno studio del Barilla Center for Food and Nutrition (“Lo spreco alimentare: cause, impatti e proposte”, 2012), ad esempio, lo spreco di cibo pro capite in Europa, solo a livello domestico, si assesta sui 108 kg pro capite l’anno.
Infine, nell’ottobre del 2013 una ricerca congiunta di Waste Watcher e Last Minute Market (“Osservatorio sugli sprechi alimentari delle famiglie italiane”) ha ridimensionato lo spreco alimentare italiano in 8,7 miliardi di euro l’anno, circa la metà rispetto al dato diffuso qualche anno prima. Nello specifico, lo spreco equivarrebbe a 213 grammi di cibo gettato ogni settimana da una famiglia italiana, corrispondente a poco più di 11 kg annui per italiano.
Un caotica guerra di cifre, come si vede, frutto anche di una scarsa omogeneità degli studi, che spesso hanno basi di partenza diverse e compiono differenti assunzioni, arrivando a risultati contrastanti ed incomprensibili all’opinione pubblica.
La stessa definizione di “food waste” non è omogenea tra le varie istituzioni che commissionano gli studi, contribuendo alla confusione che si è creata sul tema.
In questo conflitto di numeri, da quale parte schierarsi? Il tema è talmente rilevante e attuale che non possiamo concederci il lusso di rimanere neutrali: il cambiamento di alcune delle nostre abitudini quotidiane, quelle legate alla percezione del senso del superfluo e all’assegnazione del corretto valore al cibo, può avere conseguenze considerevoli.
Quando ci si trova disorientati, è utile cercare punti di riferimento. In questo caso, una delle Istituzioni più autorevoli in questo ambito è sicuramente la FAO, l’organizzazione dell’ONU per l’alimentazione e l’agricoltura, che ha esaminato la tematica nel rapporto “Food Wastage Footprint: Impacts on Natural Resources”.
Lo studio ha riportato dati che sono stati successivamente diffusi in modo capillare, e che hanno colpito in maniera indelebile l’opinione pubblica decretando la condanna definitiva del problema “food waste”, e la necessità di mobilitarsi per risolverlo in modo efficace.
Secondo il rapporto, il 30% del cibo prodotto sul pianeta viene perduto tra il luogo di produzione e quello di consumo, per un valore di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo (equivalenti a 565 miliardi di euro) che vengono sprecate. La quantità di cibo sprecata nella sola fase di consumo annualmente è pari a 350 milioni di tonnellate, poco più del 25% delle perdite totali. Sono soprattutto i paesi più ricchi che sprecano nelle fasi conclusive della filiera, specialmente distribuzione e consumo.
I dati FAO, quindi, si avvicinano in modo evidente alle stime più allarmanti.
Ad ogni modo, nell’ambito di questa guerra di numeri, ciò che è importante è comprendere la dimensione di un fenomeno che sta raggiungendo livelli insostenibili per il sistema mondo. Al di là dell’ordine di grandezza dei dati, quindi, è necessario prendere coscienza del problema nella sua entità, attivandosi a partire dai comportamenti abituali e quotidiani, senza cedere all’idea, comodamente deresponsabilizzante, che per un problema di livello globale non siano efficaci le azioni dei singoli. Tutti noi siamo direttamente coinvolti nella questione dello spreco; dobbiamo sentirci responsabili e iniziare a fare i primi passi per innescare un cambiamento che sia virale.

Riserve petrolifere: rinnovamento di una fonte
in via di esaurimento?

L ’allarme dell’esaurimento delle riserve di petrolio risuona ormai da diversi decenni, ed è sicuramente un monito che concorre positivamente nella costruzione di un modello di sviluppo pulito e sostenibile. Anche i non addetti ai lavori hanno sicuramente udito sentenziare che “il picco di produzione dell’oro nero è prossimo ad essere raggiunto”, e che da quel momento in poi l’estrazione di greggio sarà avviata lungo la discesa che porta all’esaurimento, con effetti catastrofici per l’economia mondiale se non si dovessero trovare valide fonti energetiche alternative.
In realtà, queste previsioni si sono rivelate errate; cercheremo qui di capire se la notizia è positiva o meno.

UAQ-petrolio

Cominciamo a presentare i fattori che hanno smentito il pronostico: da una parte, le più recenti tecniche di esplorazione hanno permesso di scoprire nuovi giacimenti (specie sui fondali marini, come avvenuto al largo di Brasile, Norvegia e Australia, ma anche nel sottosuolo degli Stati Uniti, e, più vicino a noi, di fronte alle coste della Croazia); dall’altra l’aumento del prezzo ha reso conveniente l’estrazione da siti che precedentemente non era economico sfruttare (come quelli delle sabbie bituminose in Canada). Inoltre, i timori legati all’avvicinamento della fase di esaurimento di questa risorsa hanno fatto avanzare le ricerche anche in territori inesplorati, come quelli dell’Africa Orientale, dove sono state trovate riserve in Kenya e Mozambico.
Queste nuove risorse hanno permesso di dilazionare il termine entro il quale si prevedeva il declino di questa fonte: secondo l’International Energy Agency, le riserve petrolifere mondiali potrebbero garantire il soddisfacimento del fabbisogno energetico per i prossimi 70 anni.
È stata quindi dimostrata la teoria secondo la quale, in situazione di stress, vengono moltiplicati gli sforzi per cercare di allungare le possibilità di sfruttamento di un modello consolidato e funzionante.
Tutto questo rappresenta una buona notizia? Parafrasando il pensiero dell’ex presidente brasiliano Lula a riguardo, quello che parrebbe essere una benedizione, potrebbe rivelarsi una condanna.
Perché il consumo (e anche l’estrazione) di petrolio e derivati emette in atmosfera un’enorme quantità di gas serra (secondo le stime dell’IPCC, è proprio il settore energetico a contribuire maggiormente al fenomeno del surriscaldamento globale). Se da una parte le nuove scoperte assicurano riserve di energia in grado di soddisfare la domanda mondiale, ciò significherà anche che processi altamente inquinanti non subiranno ancora per molto tempo la concorrenza di sistemi di produzione di energia più puliti.
Il petrolio rimane una fonte di energia non rinnovabile, e il suo esaurimento è solamente rimandato. E’ quindi fondamentale proseguire il potenziamento delle fonti rinnovabili, che oggi hanno un apporto ancora limitato alla produzione mondiale di energia. Il rischio, quindi, è quello di procrastinare l’avviamento della soluzione più sostenibile, che permetterebbe di ridimensionare drasticamente il problema delle emissioni climalteranti.