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Cold Chain e Global Warming

La cosiddetta “catena del freddo”, che interessa il 60% dei prodotti alimentari, è responsabile di impatti ambientali non indifferenti, spesso poco considerati all’interno della discussione pubblica sulla sostenibilità.

 

Forse perché il ricorso a sistemi di refrigerazione è indispensabile per mantenere gli standard sanitari degli alimenti, e quindi si è meno propensi a metterli in discussione, o forse perché le emissioni di gas nocivi e climalteranti non si materializzano nella sgradevole forma di un pennacchio che fuoriesce da una ciminiera, o della marmitta di un’automobile che rilascia gas di scarico. Ma l’asetticità di questa catena è solo apparente: i suoi effetti sull’ambiente sono tutt’altro che trascurabili.

 

Alcuni dati aiutano ad inquadrare il livello delle ripercussioni ambientali di cui stiamo parlando.

 

La prima categoria di impatto di interesse è quella relativa all’emissione dei gas refrigeranti, ad oggi costituiti da HFC (idrofluorocarburi), PFC (perfluorocarburi) e SF6 (esafloruri di azoto), che negli anni ’90 sostituirono i CFC (clorofluorocarburi), responsabili dell’assottigliamento del livello di ozono stratosferico. Questi gas non contengono cloro, e non rappresentano quindi una minaccia per l’ozono; sono però dei fortissimi gas serra (con un Global Warming Potential che può arrivare anche a 12.000 volte quello della CO2), con un alto livello di permanenza nell’atmosfera. Non solo: le loro emissioni in atmosfera, negli ultimi anni, sono in crescita, a differenza degli altri gas serra: nell’Europa a 27 le emissioni di gas fluorurati sono passate dalle 60.000 kilo tonnellate del 1990 alle 100.000 del 2010. Per l’Italia le emissioni sono partite dalle 7.288 kilo tonnellate del 1990 per arrivare alle 10.459 kilo tonnellate del 2010. Una crescita che è anticiclica: le emissioni di gas serra, per gli stessi anni, sono calate complessivamente del 9% in Italia e del 15% in Europa (fonte: UNFCCC GHG Inventory Data). Questi gas, che fuoriescono durante il funzionamento del sistema di raffreddamento, sono soggetti ai vincoli della legislazione europea: in particolare, nel 2022 scatterà il divieto di utilizzo di gas fluorurati per i nuovi sistemi di refrigerazione, mentre per il 2030 è stato fissato l’obiettivo di riduzione dell’utilizzo di tutti i gas refrigeranti del 70% (rispetto ai livelli del 2012). Le alternative ai gas fluorurati sono rappresentate soprattutto dall’ammoniaca, dall’anidride carbonica e da idrocarburi come il propano.

 

Pur rappresentando una quota significativa degli impatti legati ai sistemi di refrigerazione, la fuoriuscita di HFC, PFC e SF6 dà un contributo minoritario rispetto ai consumi energetici (con conseguente emissione di CO2 eq) necessari per il funzionamento di questi impianti: tali consumi determinano il 60/80% degli impatti climalteranti dei sistemi di refrigerazione (fonte: European Partnership for Energy and the Environment). In particolare, essi sono rilevanti per quegli esercizi (dai negozi ai supermercati) che vendono beni alimentari: in questo caso, l’energia usata per mantenere basse le temperature di conservazione degli alimenti arriva a rappresentare il 50% sul totale dell’energia consumata.

 

Proprio per l’alta incidenza sia specifica (per il settore del retail) che generale, negli ultimi anni sono nati strumenti in grado di attutire gli impatti di questo settore: un controllo più esteso sulla logistica, partendo dalla fase di trasporto, per monitorare costantemente la temperatura e ottimizzare il processo; l’utilizzo di energie rinnovabili per l’alimentazione dei sistemi di congelamento (per esempio, nel caso dei supermercati, l’installazione di pannelli fotovoltaici sulle tettoie dei parcheggi); la possibilità di alzare e ottimizzare, in alcuni punti della cold chain, le temperature di conservazione, con conseguente risparmio di energia, senza intaccare la qualità sanitaria dell’alimento.

 

Interventi che richiedono forti impegni nella direzione dell’innovazione, e che, in alcuni casi, necessitano di essere correttamente comunicati al consumatore, per evitare allarmismi e preoccupazioni. Soprattutto per ribadire, con riferimento alla possibilità di aumento delle temperature laddove possibile, che le esigenze della sostenibilità non confliggono con quelle sanitarie, ma che, al contrario, si sostengono vicendevolmente.

 

 

 

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